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mercoledì 11 luglio 2012

Trattativa Stato-Mafia: Nicolò Amato racconta la sua versione

Nicolò Amato, l’ex capo del Dipartimento dell’ Amministrazione Penitenziaria (Dap), nel suo libro I giorni del dolore. La notte della ragione. Stragi di mafia e carcere duro (Armando Editore) ha ricomposto dopo diciannove anni una pagina di storia della patria rimasta nell’oblio. Secondo il Professore, Cosa Nostra chiese la sua testa e dalla parte dello Stato qualcuno gliela concesse nel giugno del ’93. "La mafia ha voluto la mia testa per la durezza della mia politica carceraria nei confronti della criminalità organizzata: i documenti in mio possesso dimostrano che la richiesta è stata sostanzialmente accolta con la mia destituzione il 4 giugno del 1993, non so per responsabilità di chi, ma certamente allo scopo di evitare ulteriori stragi”. 

Qualche mese prima dell’avvicendamento la mafia inviò una lettera anonima a Oscar Luigi Scalfaro, l’allora presidente della Repubblica, invitandolo a rimuovere “il dittatore Amato e gli scherani al suo servizio”. Scalfaro non fu il solo a ricevere la lettera, la ricevettero anche le autorità interessate dalle stragi dell’estate del 1993. Un documento simile era stato inviato anche al papa Giovanni Paolo II, dopo l’attentato alla chiesa di San Giorgio al Velabro e San Giovanni a Roma, e al cardinale di Firenze dopo la strage in via dei Georgofili; cioè alle Autorità maggiormente interessate ai luoghi oggetto degli attentati. “Coincidenze molto strane”, dice ancora l’ex capo del Dap.
Il Professore ha dipinto uno scenario inquietante: un presidente della Repubblica italiana ha accettato di ridurre gli effetti del 41 bis per compiacere la mafia.



"Certo, se una trattativa vi è stata, io ne sono stato la prima vittima. E peraltro, più che di una trattativa vera e propria si è trattato di una sorta di tacita intesa – addebitabile non so a chi – sulla base di una pressione e di una richiesta esplicita della mafia, espressa nella lettera inviata alla fine del febbraio del 1993 al presidente Scalfaro. E a questa pressione della mafia, rafforzata dallo scenario delle stragi che si prospettavano sullo sfondo, è stata data, sostanzialmente, una risposta positiva, con la mia destituzione”.

La mafia cosa vuole da Scalfaro? “Per Cosa Nostra ero ormai diventato “insopportabile”, avevo applicato il 41 bis a tutti i detenuti mafiosi con un minimo di rilievo criminale: alla fine del mio mandato nelle carceri c’erano più di millequattrocento detenuti sottoposti al 41 bis. Subito dopo la mia destituzione, la politica penitenziaria italiana è mutata, è diventata più morbida: sono cominciate le revoche e i mancati rinnovi del 41 bis, tanto che in pochissimo tempo i detenuti di mafia sottoposti al carcere duro da oltre millequattrocento sono diventati meno di quattrocento”.

Una vera rivoluzione, cosa può essere successo? “Il 4 giugno del 1993 sono uscito dal ministero della Giustizia e solo da poco sono riuscito a ricostruire i fatti: non facevo più parte delle istituzioni, quindi non avevo la possibilità di sapere. Solo di recente ho scoperto che a partire dal 26 giugno del 1993 vi sono quattro o cinque appunti del Dap, firmati dai miei successori, in cui si prospetta al ministro della Giustizia una politica più morbida che si preoccupa espressamente di ‘non acuire la tensione all’interno degli istituti di pena’. Ed è una politica che prevede una progressiva diminuzione del numero dei detenuti sottoposti al carcere duro”.

Nel suo libro si descrive una procedura molto particolare: si dice che una volta ricevuta la lettera, il Presidente della Repubblica convocò il capo dei cappellani carcerari monsignor Curioni, e comunicò che il suo tempo al Dap era scaduto, e quindi invitò Curioni a collaborare con il ministro della giustizia Conso nella ricerca del suo sostituto.“Proprio dopo questo colloquio fu comunicato al ministro Conso che dovevo lasciare il Dap. Eppure si trattava di materia che non rientra nella competenza del presidente della Repubblica, ma piuttosto del ministro della Giustizia e del Governo. C’è un particolare inquietante: monsignor Curioni, primo destinatario della decisione della mia destituzione, era la medesima persona che al tempo del sequestro Aldo Moro era stata incaricata dal pontefice Paolo VI di mediare con i brigatisti rossi detenuti in carcere una sua liberazione”.

Con il ministro Claudio Martelli il rapporto era invece eccellente. "Lui ha firmato a mia richiesta, nel luglio del 1992, 532 decreti 41 bis per detenzione di detenuti di mafia. E successivamente, nel settembre del 1992, lo stesso Martelli mi ha rilasciato una delega a firmare direttamente i decreti di 41 bis quando ne avessi ritenuto l’opportunità, benché la firma del 41 bis sia di esclusiva competenza del Ministro. Sulla base di questa delega, il sottoscritto e il Dap da me diretto ha firmato senza intermediari 567 decreti 41 bis per detenuti di mafia”.

Con il successore di Amato, Giovanni Battista Conso, la battaglia dello Stato contro la mafia segna il passo.
“Conso ha cominciato a revocare i 41 bis solo quando sono stato allontanato. Nel novembre del 1993, lui ha revocato di colpo oltre un centinaio decreti 41 bis, d’accordo con i miei successori. Riassumendo: le revoche e le mancate proroghe del ministro avvengono dopo che sono andato via dal Dap.
Secondo Amato, a quell'epoca le istituzioni dello Stato hanno reagito con coraggio e dignità sia agli episodi legati al terrorismo politico sia alla violenta aggressione del terrorismo mafioso. Mentre la sua destituzione coinvolge persone che non spetta a lui individuare, pur macchiando irrimediabilmente le istituzioni.

“La forza della mafia è la forza di connivenze, connessioni sociali, economiche e politiche; nel libro sostengo che non si può combattere e sconfiggere tagliando i collegamenti fra criminalità, politica, economia e finanza”.


Ergo, la mafia è collegata inscindibilmente alla nostra società... 



venerdì 4 maggio 2012

"FATTO DI PERSONE": spettacolo sulla criminalità al Teatro Pedrazzoli di Fabbrico

NoveTeatro ha riscosso un grande successo nelle scuole portando il scena la legalità e la lotta alle mafie con lo spettacolo “Fatto di persone”, rappresentato negli istituti superiori di Reggio Emilia e provincia.
Lo spettacolo, che costituisce una fase centrale del progetto “Teatro e Legalità” vincitore del bando per progetti di prevenzione e contrasto dell’infiltrazione mafiosa promosso dalla Regione Emilia Romagna, è stato rappresentato domenica 29 aprile al
Teatro Pedrazzoli di Fabbrico.


L’attore e regista Domenico Ammendola ha condotto una riflessione varia, imprevedibile e stimolante su questo tema spesso dibattuto, mescolando spezzoni cinematografici (fra i film proposti ricordiamo I cento passi di Marco Tullio Giordana, Un eroe borghese di Michele Placido, Mery per sempre di Marco Risi e In un altro paese di Marco Turco), testi letterari, episodi teatrali. Non sono mancati giochi d’interazione teatrale con gli spettatori, chiamati a reagire e a rispondere in prima persona agli stimoli proposti dallo spettacolo. Proprio perché dalla gente deve partire il primo stimolo per un nuovo senso civico e per una sensibilità maggiore verso le regole del vivere comune e verso la lotta alle mafie.


La Mafia fa schifo è la citazione di un’omonima pubblicazione di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso che consiste in una raccolta di lettere di centinaia di ragazzi e ragazze del Sud e del Nord con riflessioni, pensieri, storie vissute, che svelano cosa pensa la nuova generazione della criminalità organizzata, che cosa significa vivere in una terra di mafia e perché la "parola" è l'arma fondamentale per sconfiggere questa malattia profonda che si insinua nel tessuto italiano.


Amarezza, ironia, drammaticità, quotidianità: uno spaccato dell'Italia di oggi, ricco delle tante sfumature che la fantasia  può tratteggiare e che restituisce un messaggio di speranza per il futuro, quando saremo noi a dover combattere la "malapianta".



venerdì 9 marzo 2012

Ma quale Mafia!

Nel 2011 il Sindaco Vittorio Sgarbi continua a ripetere che a Salemi la mafia non esiste, che in Sicilia la mafia non esiste più! Fa perfino appendere dei manifesti formato maxi, con tanto di firma: Ma quale mafia! Cittadini, ribellatevi.  Il 6 febbraio 2012 viene chiesto lo scioglimento del Comune di Salemi per infiltrazioni mafiose. Commento di Vittorio Sgarbi, dopo le dimissioni: "Non me n'ero accorto”.
Ieri sono stati notificati quattro arresti per il capomafia palermitano Salvatore Madonia, 51 anni, Vittorio Tutino, 41 anni, Salvatore Vitale, 61 anni, tutti già detenuti e l’ex pentito di Sommatino (Caltanissetta), Calogero Pulci, 52 anni.
Davanti alla tazzina di caffè e al mio pc per la quotidiana rassegna stampa stamattina un titolo mi è balzato all’occhio: “Via D’Amelio, quattro arresti per la strage I Pm: Borsellino tradito da un carabiniere”.
E il caffè è andato automaticamente di traverso.
Dopo anni la paura più grande si insidia nell’anima degli italiani: quanto è colpevole una parte dello Stato  per la strage dove Paolo Borsellino e la sua scorta hanno perso la vita? Quanto Cosa Nostra è stata in grado di insinuarsi nella nostra vita quotidiana a minare pace e serenità ormai tanto precarie?


Salvo Palazzolo scrive: "La Dia ha notificato ordinanze in carcere al boss Salvino Madonia, che avrebbe partecipato alla riunione in cui si decise la morte del giudice, e ad altri due esecutori dell'eccidio avvenuto il 19 luglio 1992. Manette a Calogero Pulci, ritenuto un falso pentito. La Procura di Caltanissetta boccia anche Massimo Ciancimino ("Inattendile") e avanza un'ipotesi drammatica per il movente della strage: Borsellino era di ostacolo per la trattativa Stato-mafia. Ecco l'atto d'accusa dei magistrati.”
E Silvia Amadori nel suo blog sulla legalità ricorda le parole della vedova Borsellino: "Il 15 luglio, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto, mi disse testualmente: Ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era “punciutu”.. Punciutu in gergo significa mafioso. Non ha la forza di continuare a commentare queste notizie, perché il pensiero del drammatico evento fa ancora troppo male: il magistrato che prima sorrideva, i suoi resti e i resti dei ragazzi della scorta sbalzati negli edifici, la vedova Borsellino rimasta sola con la sua dignità, la figlia di Paolo costretta a riunire i pezzi del padre la ammutoliscono.


Come ammutolisce tutti noi.
Non per omertà, ma solo perché davanti a tale atrocità non ci sono parole!